Come può una madre lanciare il figlio dalla finestra?

Basta davvero! Partorire da sola, in casa. Tagliare il cordone ombelicale di una creaturina che hai portato in grembo per nove mesi. Prenderla in braccio e gettarla dal secondo piano, in strada. E poi, dimenticare tutto.

La terribile vicenda di Settimo Torinese sembra essere la storia di una totale “rimozione”. Della presenza di quel bambino, infatti, nessuno sembrava avere consapevolezza. Né la madre stessa, che ha dichiarato di non sapere d’essere incinta e di aver partorito, all’improvviso, in bagno. E, dopo, di non ricordare più nulla. Come se l’assenza del mestruo, per nove mesi, non meritasse un’indagine medica.

Né il padre, che non se n’è accorto pur avendo certamente un’intimità fisica con la moglie. E che, quando la donna ha partorito, non ha sentito altro che una sorta di “miagolio”. Né la sorella di lei, alla quale l’aumento di peso e la pancia non sono sembrati segnali di una gravidanza. Insomma, nessuno aspettava quel bambino. La negazione del suo esistere, a partire dalla madre, sembra averne fatto un fantasma prima ancora di diventarlo. Ma quale trauma si nasconde dietro una simile “rimozione”? forse la negazione dell’essere incinta – se questa è una versione autentica – va fatta risalire a una drammatica o insopportabile esperienza, fatta proprio dalla madre. A un dolore, a una paura che hanno prodotto una scissione tra mente, corpo e immaginario. Anche gli altri intorno alla donna, poi, hanno negato il suo essere incinta, evidenziando così la sua solitudine. Quasi una sorta di metafora di come, troppo spesso, il mondo tratta l’estremo bisogno di aiuto di donne infelici e di bambini a rischio.

 

Di Maria Rita Parsi

psicoterapeuta

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