Quanto si è disposti a rischiare per un “selfie”?

SONO GIOCHI PERICOLOSI, A VOLTE MORTALI. MA PER MOLTI, I “LIKE” VALGONO PIÙ DELLA PROPRIA VITA

Un selfie che sfida la morte, che documenta un’impresa pericolosa e che può diventare anche l’epitaffio fotografico di chi lo ha scattato. Selfie e filmati di questa natura vengono continuamente pubblicati soprattutto sul web, da ragazzini sempre più giovani. Lo fanno – a rischio di perdere la propria vita – per immortalarsi fotograficamente mentre sfidano pericoli eccezionali, per poi ricevere consensi sui social network ed essere visti da milioni di utenti, come testimonianza di “io morirò ma il mio avatar non morirà mai!”, come inconscio suicidio da consegnare al mondo virtuale.

Chi lo fa, pensa che si possa anche affidare la testimonianza della propria esistenza e delle proprie imprese all’eternità della videopresenza. E’ poi vero che sfidare il pericolo, magari documentandolo con un selfie, appartiene alle “prove di iniziazione” dei nativi digitali. Ma, al contempo, è un costume decisamente antico, proprio come ogni prova di coraggio alla quale, da sempre, tanti adolescenti si sottopongono per crescere agli occhi di se stessi e degli altri.

Così, salire sui treni in corsa sfidando la velocità, o salire sul tetto di un locomotore per una foto, o magari attraversare il traffico di un’autostrada a zig zag tra le macchine, per vedere, ma anche per filmare, “l’effetto che fa”, oggi, al tempo del virtuale, può rappresentare una modalità per estendere e “condividere” con milioni di persone quelle sfide incoscienti e spericolate. Per condividerle con un pubblico immenso di sconosciuti che, con il “mi piace” (il “like”), dovrebbero determinare la crescita di autostima che non ha radici nell’amore, nella tutela della vita, nel fare, da soli o insieme, il bene, ma che attinge alla distruttività di tanti videogiochi, di tanti modelli negativi, di tanti pessimi esempi reali che circolano fuori e dentro il web.

Maria Rita Parsi

psicoterapeuta

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